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Luoghi Il lampadario con pomodori di Palazzo Reale

Il lampadario con pomodori di Palazzo Reale

All’interno della Reggia di Caserta si cela un dettaglio inaspettato e affascinante: un lampadario decorato con pomodori. Questo pezzo unico non è solo un elemento d’arredo, ma un simbolo eloquente della cultura e della storia del Regno di Napoli.

Un’opera d’arte botanica

Il lampadario in questione, datato circa 1780, si trova nel Boudoir della Regina Maria Carolina. Realizzato in legno, rame e bronzo, e frutto del lavoro dello scultore Gennaro di Fiore e del bronzista Antonio Serio, è un esemplare di grande maestria artigianale. La sua base, seppur neoclassica nella sua linearità, si arricchisce di decorazioni rocaille e soprattutto di un inusuale motivo vegetale: un intreccio di rami, foglie e, sorprendentemente, pomodori in bronzo dorato.

Il significato simbolico: la Campania Felix

L’inserimento dei pomodori in un manufatto così pregiato e sfarzoso non è casuale. Essi rappresentano la fertilità della terra campana, evocando l’antica denominazione di “Campania Felix”. In un’epoca in cui il pomodoro, giunto dalle Americhe, stava guadagnando popolarità e importanza nella cucina e nell’economia locale, la sua presenza nel lampadario celebrava l’abbondanza e la ricchezza agricola del Regno di Napoli. Era un modo per portare la natura rigogliosa e la prosperità del territorio direttamente nelle sontuose sale della corte borbonica.

Un tocco di originalità in un contesto regale

Questo lampadario è un esempio di come anche in un ambiente così formale e grandioso come la Reggia di Caserta, si potesse trovare spazio per elementi di originalità e un forte legame con il territorio. La scelta di integrare frutti così comuni in un oggetto di lusso testimonia una sensibilità che andava oltre la mera ostentazione, abbracciando un simbolismo più profondo legato all’identità e alla prosperità del regno.

Il lampadario con pomodori è quindi più di un semplice arredo: è una narrazione visiva della “Campania Felix”, un omaggio alla sua terra generosa e un ricordo dello sfarzo e dell’ingegno che caratterizzarono la corte borbonica del XVIII secolo.