Sulle antiche autostrade verdi della transumanza: un viaggio lento tra storia e natura
Immaginate lunghe, sconfinate autostrade verdi, non asfaltate ma modellate dal lento incedere di milioni di zampe, sentieri che si snodano per centinaia di chilometri attraverso montagne e valli. Queste sono le vie dei tratturi, antiche arterie della transumanza, la migrazione stagionale delle greggi che, per millenni, ha plasmato il paesaggio e la cultura dell’Italia meridionale. Non semplici sentieri, ma vere e proprie infrastrutture, custodi di storie silenziose, di fatiche e di tradizioni ancestrali.
Il nome “tratturo” affonda le sue radici negli ultimi secoli dell’Impero Romano, e già nel 1155 queste vie furono riconosciute come beni demaniali, a testimonianza della loro importanza strategica. Fu però sotto il dominio Aragonese che assunsero una rilevanza fondamentale: vennero disegnati i tracciati, definiti i limiti e regolamentati gli usi, trasformandoli in una rete capillare ed efficiente. Complessivamente, la rete tratturale ammontava a oltre 3000 chilometri, un intricato sistema che collegava le aspre montagne dell’Abruzzo, del Molise e della Campania alle fertili pianure della Puglia. Tra i più celebri e imponenti figuravano. Accanto a queste “autostrade” principali, esisteva una fitta rete di vie minori: i “tratturelli” e i “bracci”. I tratturelli, parte della viabilità minore, si estendevano perpendicolarmente tra un tratturo principale e l’altro. La loro larghezza variava dai 10, 15 o 20 “passi” (circa 18.50 m, 27.75 m e 37 m), per una lunghezza complessiva di 1500 Km. I “bracci”, veri e propri capillari del sistema, avevano il compito di raccordare le grosse arterie viarie con le varie realtà territoriali che attraversavano, con una larghezza che oscillava tra i 12 e i 18 metri. La loro sicurezza e manutenzione era affidata in particolare ai Comuni della Regia Dogana. Un esempio lampante è il braccio Matese-Taverna del Cortile, che collegava il tratturello proveniente da Alife e dal Matese al tratturo Pescasseroli – Candela a Sepino, proseguendo poi fino al tratturo Castel di Sangro – Lucera.
Oggi, naturalmente, i tratturi non sono più le vie di comunicazione brulicanti di greggi e pastori. Si sono trasformati in veri e propri musei a cielo aperto, custodi di un’eredità storica e culturale inestimabile. Con un apposito Decreto Ministeriale del 1980, i tratturi sono stati definiti “beni di notevole interesse per l’archeologia, la storia politica, militare, economica e sociale della regione Molise”.
Tuttavia, nonostante gli sforzi, la realtà è ben diversa: dei 454 km vincolati, meno della metà mantiene oggi la larghezza stabilita da secoli in 60 passi napoletani, ovvero 111 metri e 60 centimetri. Molti tratti sono stati erosi per fare spazio alle colture o, peggio, a ogni genere di manufatti, compromettendo l’integrità di queste antiche vie. Riscoprire e rivalutare questi tratturelli, e verificare l’esistenza di altri, magari verso il tratturello che collegava Alife a Sepino, potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità di sviluppo per Gallo. Un’occasione per valorizzare il territorio, promuovere un turismo lento e consapevole, e riscoprire le radici profonde di una comunità legata indissolubilmente alla terra e alla sua storia millenaria.